SAN FRANCESCO ALLA COLLINA

 San Francesco alla CollinaIl convento di San Francesco alla Collina era in origine un tempio votivo. Venne adibito a convento nel 1114 da Ruggero II ma alcune ipotesi, fra cui quella del Savasta, indicano questo edificio come una casa reginale. Pare che all’interno di questo edificio vennero deposti i simulacri di Federico III d’ Aragona, spostati in seguito altrove.

Si narra inoltre dell’affetto della regina Eleonora d’Aragona per questo luogo dopo la morte del marito nell’agosto del 1345. Fu proprio lei a disporre la donazione del luogo sacro ai Francescani, i quali si occuparono quasi un anno dopo del ripristino dello stabile e della chiesa di San Giorgio ad esso adiacente.

Fu molto importante questo luogo anche per la famiglia Moncada, nel quale vennero sepolti molti degli eredi della prestigiosa casata. Nel dopoguerra pare che ancora si conservasse «in un’artistica urna di cristallo e bronzo, intatta e splendida malgrado l’ingiuria dei tempi, una mummia di una giovane donna, erroneamente ritenuta dal popolo quella della indimenticata Bianca di Navarra. Nella realtà si trattava del corpo imbalsamato della contessa Giovanna De Luna, sposa di Antonio Moncada, che tenne la signoria di Paternò dal 1510 al 1531… la donna lasciò un cospicuo legato ai padri Francescani perché ogni anno ne rivestissero il corpo con abiti di seta e celebrassero funzioni religiose in epoche determinate in suffragio della sua anima».

L’ordine da secoli insediato in questo convento venne soppresso dopo il terribile terremoto del 1693 che destabilizzò le fondamenta dell’edificio lasciandolo parzialmente devastato. Fu l’unico edificio della collina storica di Paternò a subire gravi danni. Fu così che nel 1873 venne trasferito «per effetto della legge eversiva dei beni delle ex-corporazioni religiose al demanio dello Stato» insieme alla piccola chiesa del SS. Salvatore e all’edificio sacro della città bassa. Quest’edificio fu restaurato nel 1790 e riconsegnato ai francescani che ne ebbero cura fino al 1904. Il complesso di San Francesco venne lasciato all’abbandono per molto tempo. Nel 1985 venne affidato dopo un asta a Salvatore La Rocca (frate francescano anch’egli), nella speranza di insediarvi nuovamente la comunità monastica. Nel 1906 l’area venne concessa al barone Gioacchino Cara Zucchero che tentò la ricostruzione per poterlo adibire a cappella funebre di famiglia.  I lavori ebbero inizio del 1907 con il contributo della Sovraintendenza di Catania; si giunse al ripristino parziale nel 1915. Il susseguirsi di una serie di controversie insorte nell’amministrazione locale registrò una situazione di stasi che porto inevitabilmente ad interventi anche arbitrari ed incuranti della rilevanza artistica di questo patrimonio. Il convento rimase a lungo privo di copertura e in balìa di vandali e di angenti atmosferici avversi.

L’edificio alle origini si mostrava prestigioso. Il complesso francescano si sviluppava su un’unica navata delineata da un arco ogivale che fa immaginare un’armoniosa volta a crociera sostenuta da colonnature di pietra lavica. Altari di piedritto e raffigurazioni geometriche di stile rocaille documentano i parziali restauri di metà Seicento.

 Si estende inoltre «ai due lati del vestibolo, il corpo di fabbrica, esteso in senso nettamente longitudinale, contenete i locali collettivi. A destra erano gli ambienti maggiori, e fra questi probabilmente il refettorio, le cucine, l’aula capitolare ed il diaconico; a sinistra i magazzini, le stalle e le officine, interconnessi da grandi arconi ogivali direttamente importati per terra…».

Del chiostro, che divide la chiesa di San Giorgio al plesso conventuale, resta oggi solo un piccolo pozzo


Riguardo gli interni della chiesa, giungono a noi solo piccolissime porzioni di affreschi raffigurante dei santi. Lo stabile è stato recentemente restaurato, seguendo la volontà del progettista, di salvaguardare ciò che resta dell’edificio originale (molto poco) conformandolo ad
 istanze architettoniche più moderne (intervento utile all’innesto di un circuito museale di prestigio sul territorio). sito al centro dell’area.

Tale azione ha lo scopo di offrire al visitatore l’opportunità di rilevare individualmente, attraverso un percorso interpretativo diretto, ciò che è rimasto del convento, ciò che è andato inevitabilmente perduto durante il terremoto del 1693 e ciò che è stato restaurato mantenendo il più possibile coerente l’interazione fra materiali antichi e materiali di nuova generazione.

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