I cantastorie Paternesi

Ciccio Busacca

Ciccio Busacca

Fra i più celebri nomi della tradizione popolare paternese spiccano quelli di alcuni cantastorie:

  • Gaetano Virgillito (detto Tramola);
  • Carmine Freni (1843-1927);
  • Francesco Messina (1867-1953);
  • Gaetano Grasso (maestro di Ciccio Busacca);
  • Ciccio Paparo (detto Rinzino);
  • Ciccio Busacca (1925-1989);
  • Vito Santangelo;
  • Peppino e Concetto Busacca (collaboratori del fratello Ciccio);  Continua a leggere
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Sofonisba Anguissola e la madonna dell’Itria

Sofonisba

Autoritratto

Da sempre l’uomo ha sentito il bisogno profondo, di fronte alla caducità della vita, di esorcizzare la morte, di allontanarla, di scacciarla via da sé. La continua ricerca del fine escatologico della vita, è immanente alla stessa natura umana, e comune a qualsiasi civiltà, che con risposte diverse, con ricostruzioni a volte astruse e visionarie dell’oltretomba, ha tentato di sconfiggere la morte, aspirando all’immortalità. In quest’ultimo compito, è senza dubbio riuscito l’Artista, trasferendo in ogni opera d’arte, una particella vitale del proprio Io. Mi piace pensare che di questa conquista, fosse ben consapevole la grande Sofonisba, quando dipinse la ‘Madonna dell’Itria’ proprio con l’intento di ricordare il marito Fabrizio Moncada, scomparso in mare per mano dei pirati. Continua a leggere

Artale Aragona Signore di Paternò e la grave crisi del regno

Durante il XIV secolo, la Sicilia versava in condizioni di grave instabilità politica. Infatti, con la dipartita di Federico III, avvenuta nel 1337 a Paternò, all’ ospedale di San. Giovanni dei Gerosolimitani, si aprì una pagina di storia caratterizzata da scontri per il potere, che gettarono l’ Isola in una situazione di anarchia. La ratio della crisi deve ravvisarsi nell’ indebolimento della Corona, che dopo la morte di Federico III, non aveva avuto reggenti capaci di tenere saldamente le redini del potere, che cominciò così ad essere voracemente eroso da un baronaggio invece sempre più aitante e del tutto privo di qualsiasi senso dello Stato. Continua a leggere

I Moncada e la causa per il riscatto di Paternò

Antonio d'Aragona Moncada

Antonio d’Aragona Moncada

Quella dei Moncada è la storia di un ricco e potente casato, che attraverso sagaci giochi di potere, alleanze, intrecci ed un’astuta politica matrimoniale, fu protagonista della scena siciliana dal XV sec. fino all’ abolizione – seppur da noi solo formale – del feudalesimo nel 1812. Tale famiglia, di origine spagnola, ebbe un ruolo notevole nella politica fondiaria ed economica dei vasti territori dalla stessa infeudati, e lasciò anche una timida impronta sotto il profilo urbanistico ed artistico. La genesi della stirpe, intrisa di leggenda, ma non senza una qualche base di verità, si fa derivare dai Duchi di Baviera e precisamente da un Dapifero Bavaro. Costui, volendo impedire un assalto moresco in Catalogna, fece sbarrare un passaggio tra due monti con delle grosse catene. In seguito a quest’ episodio, prese il nome di Montecateno, poi volgarizzato in Montcada e quindi Moncada. La nobile famiglia arrivò successivamente in Sicilia nel 1290 circa con un Guglielmo Raimondo Moncada, e da allora conobbe un’ ulteriore ascesa che la portò ad accumulare titoli e possedimenti in gran parte dell’isola. La vicenda di questa casata s’intreccia con la storia di Paternò, in quanto il nostro territorio fu infeudato dai Moncada per un periodo lunghissimo che si estende dal 1456, attraverso varie vicissitudini, fino alla soppressione del sistema feudale nel 1812. La generosità e le qualità intrinseche dei nostri terreni hanno fatto sì che i Moncada tenessero ben stretti questi territori, nonostante il dissenso più volte, anche impetuosamente, manifestato dai paternesi. Ma vediamo di mettere in luce i passaggi che condussero questa famiglia ad acquisire il territorio di Paternò. Quest’ ultimo fu sempre costituito in feudo o in dote, e così passato attraverso assegnazioni, compravendite e successioni di mano in mano. Bisogna sottolineare però, che ad essere data in feudo, fosse la sola gestione del territorio, restando questo comunque sotto la reggenza della Corona. Ebbene, durante la seconda metà del ‘300, Paternò si trovava sotto la potestà di Artale Alagona, Vicario del Regno ed appartenente ad una nobile famiglia, anch’ essa di origine spagnola. L’ Alagona era stato inoltre nominato tutore della piccola Regina Maria, la cui madre, la regina Costanza, era scomparsa dopo il parto. Se non che, proprio come accade nei films – è proprio il caso di dirlo – col favore della notte, Guglielmo Raimondo Moncada III, s’ introdusse nel castello dove si trovava la Regina bambina, e la rapì. La condusse quindi, contro la sua volontà, fino a Barcellona per farla sposare a Martino di Aragona. In conseguenza di tale sposalizio l’ isola divenne una colonia ispanica, e Paternò tornò alla Corona. Nel 1430 Re Alfonso, vendette il nostro territorio a Nicolò Speciale, riservandosi il diritto di riscatto. Diritto che esercitò alcuni anni dopo, rivendendo quindi Paternò, sempre con patto di riscatto, a Guglielmo Raimondo Moncada V, nel 1456. Ebbe così inizio la lunga signoria dei Moncada a Paternò. Questo esteso periodo si caratterizzò per un diffuso malcontento della popolazione autoctona, poco proclive a questa soggezione, e sempre contraria alla suddetta vendita. C’è da dire per la verità, che il governo dei Moncada, ed il loro modus operandi, non furono particolarmente favorevoli e prolifici per questo centro: si trattò spesso di una gestione fondata sullo spremere il più possibile il territorio, al fine di ricavarne il massimo profitto. Questo ha probabilmente conculcato le eventuali possibilità di ulteriore sviluppo, e sicuramente inciso sulla forma mentis di questa città per secoli infeudata. Quella che noi oggi chiameremmo la cd. società civile, per le ragioni sopra esposte, intentò una causa avverso i Moncada per il riscatto del proprio paese al Regio Demanio. I diligenti cittadini, a tal fine chiesero che venisse dichiarata la nullità ab origine dell’ atto di vendita di Paternò ai Moncada, sostenendo che il relativo territorio fosse sempre appartenuto al Demanio e che quindi tale alienazione fosse stata realizzata in contrasto alle leggi del Regno. A ben vedere, come spesso accade, in medio stat virtus: bisogna quindi dire che Paternò, sin dall’ inizio del Regno con Ruggero I – che nel 1072 edificò quel ‘robustissimo fortilizio’ – fosse sempre stato infeudato, ma la differenza sostanziale stava nel fatto che mentre in precedenza era solo il territorio ad esser costituito in feudo, restando gestione e controllo di competenza del Demanio, in questo caso, Paternò fu in effetti venduto con un patto di riscatto, prima agli Speciale e dopo ai Moncada. Questa controversia si protrasse e si reiterò per decenni, ma sempre infruttuosamente. L’influenza, il potere economico e politico della casata, fecero sempre arenare qualsiasi richiesta di riscatto. Anche più tardi, nel 1538 e poi nel 1631, i cittadini di Paternò, cercando di attivare il diritto di ricompra, s’ imposero altresì dei dazi per riscattare al Demanio il proprio paese, attraverso la restituzione del prezzo al Principe. Dal canto loro i Moncada, sostennero tra le argomentazioni a favore, che Paternò non avesse alcuna legittimazione a star in giudizio, in quanto fosse sempre stato territorio baronale. La travagliata lite non ebbe mai esiti positivi per gli abitanti di Paternò, a causa dell’ impari competizione tra le parti. Ma la verità sostanziale, purtroppo è cosa ben diversa da quella processuale, e così bisogna chiarire che in realtà la vendita di Paternò, si poneva effettivamente in contrasto alle leggi del Regno, ed era motivata da ragioni di carattere economico e di riconoscenza del Re verso Guglielmo Raimondo Moncada V, per i servigi resigli in battaglia. La lunga signoria di questa famiglia, passò indenne attraverso i secoli, sino a quando nel 1812 fu promulgata la Costituzione siciliana, che assieme ad un’ uguaglianza in campo giuridico, all’ abolizione della tortura e del maggiorascato, prevedeva la cessazione dei diritti feudali. Di fatto com’è noto, la terra continuò ancora ad essere nelle mani di pochi, grandi latifondisti, che spesso addirittura accrebbero, dopo l’ Unità d’ Italia, i loro possedimenti con l’ aggiudicazione dei beni ecclesiastici. Paternò fu trasferita al Regio Demanio nel 1817.

Per gentile concessione di Fabrizio Rizzo – pubblicato su Gazzetta Rossazzurra del 08/05/2010

Savasta ed i suoi studi su Paternò!

Gaetano SavastaGaetano Savasta, classe 1865, fu innanzitutto un sacerdote, prevosto della Collegiata di Santa Maria dell’Alto in Paternò, il cui grande merito fu quello di aver studiato la storia locale con una metodologia scientifica,e cioè attraverso l’attenta indagine, l’analisi diretta e l’interpretazione di documenti degli archivi civici, e delle Chiese e non invece relata refero. Il Savasta rappresenta quindi una fondamentale ed imprescindibile fonte storica locale. Prima delle sue fatiche infatti, Paternò non aveva ancora una storiografia in senso proprio,e sotto quest’aspetto, la sua opera “Memorie storiche della città di Paternò”, rappresenta indubbiamente un tesoro in termini di notizie,studi e meticolose ricostruzioni storiografiche. Ma il Savasta si occupò anche di divulgazione culturale in senso più ampio, avendoci generosamente fatto dono di altre opere di diverso genere, la cui utilità,a distanza di più di un secolo, è ancora senz’altro di grande momento. Continua a leggere

G. B. Nicolosi: un grande intellettuale paternese

Giovan Battista Nicolosi

Giovan Battista Nicolosi

G.B. Nicolosi fu un personaggio di grandissima caratura intellettuale. La sua notevole cultura può certamente definirsi eclettica, spaziando dallo studio delle lettere alla matematica, alle arti militari e soprattutto alla geografia, materia nella quale espresse tutta la sua genialità. Ebbe i natali a Paternò, nell’anno 1610. Avviato agli studi in Seminario, e quindi ordinato sacerdote,iniziò a svolgere il proprio Ministero nel paese natale. Qui v’incontrò però profonde ostilità, da un lato da parte di quanti, avendo le premesse culturali per comprenderne la finezza intellettuale, erano sopraffatti da invidia, dall’altro da parte del popolo, che non riuscendo a capire,e quindi ad apprezzare, lo ignorava o lo scherniva. A questo punto, il Nicolosi maturò la decisione di abbandonare il paese ingrato, scrivendo dei versi aspri, che ne fotografano lo stato d’animo: “Ingratissima Patria…ju di cca partu e pri darreri jettu ‘na petra… mala naca mi dasti e peju lettu,pessima mi darai la sipurtura.” Trasferitosi a Roma,dove si laureò in Sacra Teologia, entrò in contatto con alcuni tra i maggiori studiosi del tempo. Si dedicò a vari rami dello scibile, ma furono gli studi della geografia che gli valsero la fama e la stima di Papi, Cardinali, imperatori e scienziati,e che lo portarono ad essere considerato il più grande geografo del suo tempo. Continua a leggere

P. Michele Moncada: erede dei principi di Paternò

P. Michele Moncada

P. Michele Moncada

Credo che il primo quesito al quale bisogna rispondere, nell’ accingersi a parlare di Padre Michele Moncada, sia quello relativo al perché a distanza di due secoli e mezzo, si continui ancora a ricordare questa figura. Mi sembra evidente che i motivi vadano ricercati nella sua esperienza di vita francescana, nelle ‘stranezze’ che ne avvolgono la figura in un affascinante alone di mistero, anche per eventi legati al Cappuccino, che si sarebbero verificati post mortem, e per la sofferenza che ha pervaso tutta la sua esistenza. Ciò ha fatto sì, che in un immaginario collettivo per lo più sfornito di adeguate premesse culturali,e quindi facilmente impressionabile, la figura, senz’altro singolare, di P. Michele Moncada, si ammantasse agli occhi del popolo, di una certa sacralità. In realtà P. Michele, morto come si dice ‘in odor di Santità’, non fu mai canonizzato né dichiarato beato. Ciò non toglie tuttavia che la tradizione popolare abbia tramandato la notizia di svariate Grazie, per lo più guarigioni miracolose, concesse attraverso la sua intercessione. Continua a leggere