La carboneria Paternese

Dopo la caduta di Napoleone, le reintegrate potenze vincitrici avevano stabilito al Congresso di Vienna del 1814, il programma di restaurazione e riorganizzazione geopolitica dell’ Europa, dissipando così ogni velleità liberale. La Sicilia, poco tempo prima, nel 1812, aveva conquistato una propria Carta costituzionale, con la quale proclamava l’ indipendenza, conferendo in tal modo un’ autonomia di governo ed un’individualità politica all’ isola. A ben vedere, la mappa genetica della Costituzione del 1812, era composta per buona parte dall’ antico diritto pubblico siculo, risalente persino ai Normanni, ma cercava al contempo di accogliere le nuove istanze liberali, ispirandosi al modello Inglese. Da un punto di vista fattuale però, alla promulgazione della Carta non seguì una concreta e corretta attuazione di quanto in essa sancito. E così l’ abolizione del feudalesimo si rivelò una vera e propria furberia, posto che i feudi si trasformarono in latifondi, restando così nelle mani degli stessi o comunque di proprietari appartenenti alla medesima classe sociale, senza permettere ai contadini l’ accesso alla proprietà fondiaria. Ciò non toglie che comunque, quanto meno sotto il profilo simbolico e per poco tempo, fosse stato compiuto dalla Sicilia un grande passo verso l’ affermazione delle libertà costituzionali e del parlamentarismo democratico. Ma il corso impetuoso della storia travolse le legittime aspirazioni dei siciliani, che s’ infransero contro la Restaurazione dei vecchi regimi. Re Ferdinando s’ insediò nuovamente a Napoli, riconosciuto dal Congresso di Vienna come Re delle Due Sicilie. Non si trattò più, quindi, di uno Stato federativo composto dai due Regni, ma gli stessi venivano così unificati con decreto, l’ 8 dicembre 1816, in un unico Regno. Con quest’ operazione, pur non abrogando ufficialmente la Costituzione, la Sicilia si ritrovò in un regime di polizia, ridotta a territorio di provincia e conculcata in ogni possibilità di progresso economico, giuridico e sociale. Tutto ciò ebbe effetti gravemente pregiudizievoli per, come diremmo oggi, la qualità della vita e la salute dei mercati, configurando una vera ‘questione siciliana’, che più tardi sarà alla base anche delle origini del fenomeno mafioso. Questo stato di cose fece sì, che tra i ceti della popolazione muniti delle premesse culturali per carpire l’ importanza dell’ indipendenza e dei valori costituzionali, aumentasse il sentimento di rigetto per la monarchia borbonica, accusata, a volte anche ingiustamente, di ogni male. Fu così che dal 1815, s’ impiantò in Sicilia il vasto fenomeno, formatosi nel napoletano qualche anno prima, della Carboneria. Questa società segreta, una sorta di partito liberale clandestino, i cui membri si chiamavano ‘buoni cugini’ organizzati in sezioni dette ‘vendite’, fece adepti tra il ceto della media borghesia, con punte di aristocrazia, tra gli ambienti clericali e nell’ esercito. Insomma tra il ceto più ‘illuminato’ della popolazione. La singolare nomenclatura deriva probabilmente dagli ‘charbonniers’ della Franca Contea, che dopo aver subito l’ influenza dei filadelfi, giunsero a Napoli come funzionari al servizio di Giuseppe Bonaparte e di Murat. Diffusamente così nei vari centri, ed anche a Paternò, sorsero vendite carbonare, i cui ideali costituzionali e liberali erano spesso ancora vaghi, confusi e contrastanti tra gli stessi adepti. E fu proprio questo, congiuntamente alla mancanza di unità tra le vendite, il grande limite del fenomeno. Dietro alle rivolte che si registravano sul territorio, come quelle del 1820, c’ era sovente la ‘mano invisibile’ della Carboneria, che direzionava e dava una fisionomia ai disordini del ‘popolino’ disperato, che sfociavano sempre in crimini. L’ attività eversiva delle vendite continuava, nonostante la repressione ed i controlli della polizia borbonica. Anche nel nostro centro sorse, intorno al 1816, una vendita carbonara. Pare che le riunioni avvenissero in casa di Mario Moncada, e che vi fossero diversi adepti. La maggior parte dei nomi degli affiliati o comunque dei presunti tali, sono giunti fino a noi: si trattava di Francesco Ciancio, Onofrio Caruso, i fratelli Coniglio, Gioacchino Savuto, Diego Amore, Giacomo Tripi, Francesco Sparpaglia, Rosario Ajello ed altri. Tra il clero invece devono citarsi: D. Pietro Ardizzone, D. Francesco Rizzo e D. Vincenzo Sciacca. Il Fervore dell’ attività carbonara a Paternò, è testimoniata dalle intense, ma più o meno infruttuose, indagini svolte dalla polizia borbonica sui sospettati. Il comune sentimento antiborbonico infatti, faceva sì che il controllo non si concretizzasse in una reale repressione delle cospirazioni. Tuttavia all’ Intendente di Catania, cioè l’ analogo del nostro Prefetto, giungevano esposti anonimi che accusavano molti soggetti di essere cospiratori. Il Regio Giudice di Paternò però, smentiva puntualmente che qui vi fosse una vendita carbonara. La polizia indagava anche su di una camera di conversazione, detta ‘caffè’, nella quale si sospettava che si svolgessero riunioni di carbonari, ma le indagini non portarono a nulla di concreto a causa delle diffuse connivenze. Nel 1837, la Sicilia fu funestata dal colera. Questo evento fu strumentalizzato attraverso il convincimento delle masse che lo stesso fosse stato causato dal regime borbonico, con l’ inquinamento di alcuni pozzi. Ovunque si registrarono sollevazioni. A Catania il popolo, guidato dal Marchese di Sangiuliano, destituì il governo. Anche un gruppo di carbonari paternesi partì alla volta di Catania, sventolando la bandiera gialla dell’ indipendenza, ma giunti nel capoluogo, l’ ordine era già ristabilito. Il popolo in realtà non aveva gli strumenti culturali per coltivare un ‘autonoma ideologia politica, ed aveva problemi più concreti ai quali dar soluzione, per cui, al di là delle strumentalizzazioni, è sempre stato vicino al potere centrale, quale che fosse il suo colore. E così, quando nel 1841, la carrozza di Re Ferdinando II giunse a Piazza S.Barbara, i paternesi, dissipando ogni antipatia, diventarono ‘matti di gioia’, come fu scritto in un rapporto. Solo sette anni dopo, nel 1848, Paternò, al Parlamento siciliano nella persona di Alessandro Coniglio, votava contro i Borboni. Ma anche questo tentativo fallì. Bisognerà aspettare il 1860 per veder sventolare a Paternò, il 17 maggio, la bandiera tricolore. Ma questa è già un’ altra storia.

 

Per gentile concessione di Fabrizio Rizzo – pubblicato su lagazzettarossazzurra del 18 Settembre 2010

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