Artale Aragona Signore di Paternò e la grave crisi del regno

Durante il XIV secolo, la Sicilia versava in condizioni di grave instabilità politica. Infatti, con la dipartita di Federico III, avvenuta nel 1337 a Paternò, all’ ospedale di San. Giovanni dei Gerosolimitani, si aprì una pagina di storia caratterizzata da scontri per il potere, che gettarono l’ Isola in una situazione di anarchia. La ratio della crisi deve ravvisarsi nell’ indebolimento della Corona, che dopo la morte di Federico III, non aveva avuto reggenti capaci di tenere saldamente le redini del potere, che cominciò così ad essere voracemente eroso da un baronaggio invece sempre più aitante e del tutto privo di qualsiasi senso dello Stato.

Una vera e propria faida tra ricche e più o meno antiche famiglie, che lottavano per accaparrarsi terre, titoli e privilegi. Alcune di esse avevano un potere ed un peso tali, da potersi palesare quale alternativa alla Corona stessa, che ormai aveva perduto il controllo della situazione. Le forze contendenti erano sostanzialmente due, quella dei ‘latini’ da un lato, e quella dei ‘catalani’ dall’ altro. All’ interno delle rispettive parti, erano schierate molte famiglie aristocratiche smaniose di potere, e le due fazioni erano poi guidate dai due casati più importanti del trecento: i Chiaramonte, che convogliavano la nobiltà normanna e sveva, ed avevano il loro potentato nella parte occidentale dell’ Isola, e gli Alagona, più influenti invece nella zona orientale e rappresentanti il patriziato iberico. Le necessità militari dei conflitti baronali, non disgiunte dalle umane venialità di autocelebrazione, fecero sì che, durante il trecento, le più potenti famiglie, ergessero diverse roccaforti o risistemassero fortilizi preesistenti. Ne sono una testimonianza i castelli di Mussomeli e Caccamo, costruiti dai Chiaramonte. Questi riuscirono addirittura a lasciare un’ impronta urbanistica ed uno stile, appunto il ‘chiaramontano’, che raggiunse, nella costruzione del magnifico palazzo ‘Steri’ a Palermo, la sua massima espressione. Il baronaggio, in realtà, deteneva già da tempo un potere eccessivamente grande, in termini di possedimenti terrieri, concessioni enfiteutiche, controllo su fonti di produzione, e quindi di forza economica e conseguentemente politica. Spesso addirittura poteva esercitare anche la giurisdizione sui propri territori. La situazione esplose, in tutta la sua gravità, nel momento in cui venne a mancare un sovrano capace di gestire e tenere a freno questo strapotere, tanto smisurato da riuscire a mettere in discussione quelli ufficialmente riconosciuti dello Stato e della Chiesa, ed offrendo, a causa dell’ instabilità politica, un terreno fertile per il ritorno degli Angioini. Questi infatti non tardarono ad arrivare. Fu proprio in quest’ occasione che Artale Alagona, non ancora Signore di Paternò, svolse un ruolo fondamentale: gli Angioini avevano ottenuto il controllo già su diverse aree isolane, e quando, dopo aver cinto d’ assedio il fortilizio di Aci Castello, piegarono verso Catania, l’ Alagona con la propria flotta uscì in mare, riuscendo a scacciare, presso Ognina, la minaccia angioina e salvare così il Regno. La battaglia navale, avvenuta il 27 maggio 1357, passerà alla storia come lo ‘scacco di Ognina’. Ma ciò, com’ è agevole comprendere, non pose fine alla bramosia di potere e quindi alle guerre private. Intanto Paternò, a causa della scomparsa della Regina Costanza e quindi dell’ interruzione della Camera reginale, – che costituiva la dote assegnata alle regine siciliane in termini di terre ed introiti – non era più un territorio inalienabile. Fu così che, il 24 aprile del 1365, Artale Alagona, Gran Giustiziere del Regno, acquistò Paternò dal Sovrano, permutandola con la Contea di Mistretta. Attraverso la permuta, la nostra città diveniva pertanto una Contea, e si annoverava tra le ingentissime proprietà dell’ Alagona. Ma la Sicilia stava per essere interessata da nuovi stravolgimenti. Infatti Re Federico IV, detto ‘il Semplice’, spegnendosi, nel 1377, lasciava come erede la figlia Maria, ancora bambina e ne affidava in testamento le cure e la tutela proprio all’ Alagona. Questi ebbe così nelle proprie mani, per volontà testamentaria del Sovrano, seppur temporaneamente, la reggenza del trono. L’ Alagona, dimostrandosi un’ astuta mente politica, piuttosto che accentrare su di sé l’ intero potere regio e attizzare così le invidie che si sarebbero sicuramente concretizzate in azioni sanguinose e comunque pregiudizievoli per la stessa Maria, si fece promotore di un’ alleanza con i principali esponenti del ceto nobiliare. Sostanzialmente il territorio dell’ Isola venne frazionato in quattro aree e le stesse vennero divise in un quadrumvirato costituito da Manfredi Chiaramonte, Francesco Ventimiglia, Guglielmo Peralta e ovviamente Artale Alagona, i cosiddetti Vicari del Regno. L’ Alagona però, conscio della precarietà della situazione, silenziosamente cominciò ad intessere trattative con il milanese Gian Galeazzo Visconti. I suoi piani erano quelli di dare Maria in sposa al Visconti, al precipuo ed ignobile fine di trarre un vantaggio personale da queste nozze e in ultima analisi, dalla politica espansionistica e cinica del Visconti. Il Matrimonio si celebrò per procura, ma con la clausola che se lo sposo non fosse pervenuto per la consumazione entro il termine di un anno, lo stesso si sarebbe sciolto automaticamente. Prima ancora che ciò potesse avvenire, avvenne invece l’ improbabile. Guglielmo Raimondo Moncada, appartenente come gli Alagona alla nobiltà spagnola, mosso dalla brama di riscatto per non esser stato incluso nel quadrumvirato, e quindi da una sete di potere inappagata, con un’ azione rocambolesca, s’ insinuò all’ interno del Castello Ursino di Catania, dove l’ Alagona ‘custodiva’ Maria, e la rapì. Iniziò così la frenetica fuga verso Barcellona, dove Maria venne, dal Moncada, data forzatamente in sposa a Martino d’ Aragona, nipote del Re. Fu così che la Sicilia perse nuovamente l’ Indipendenza. Iniziarono perciò nuovi negoziati e trattative segrete fra i soliti potenti ed i sovrani di turno, al fine di trarre vantaggi per i loro eventuali appoggi. E quindi tutto cambiò per restare esattamente com’ era.

Fabrizio Rizzo – pubblicato sulla Gazzetta Rossazzurra del 15/10/2010

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