Paternò: robusto fortilizio

‘UNA TORRE GRANDE, QUADRA, ALTA, FONDATA SOPRA UN SASSO, OPERA DE’ NORTMANNI’ (G.B.Nicolosi)

‘Paternò, robustissimo fortilizio, è un castello nel cui distretto si trovano numerose terre coltivabili con abbondanti prodotti del suolo, frutti, vigne e giardini: si tratta di un bel maniero torreggiante sui campi’. E’ con queste parole che suonano quasi di poesia, che intorno al 1154, il geografo arabo Idris, descrive Paternò ed il suo castello nell’ opera nota come il ‘libro di Ruggero’. Leggere queste frasi esercita un fascino profondo, perché chiudendo gli occhi, possiamo immaginare come potessero apparire i nostri luoghi più di novecento anni fa, quando le possenti mura del maniero odoravano ancora di nuovo. Da allora la sua figura è stata una presenza costante, imprescindibile, la fisica rappresentazione del ‘Genio’ stesso del luogo, essendo probabilmente la prima immagine alla quale si pensi quando si citi Paternò.

La costruzione, nel 1072, fu voluta dal normanno Ruggero I d’ Altavilla per uno scopo preciso: ‘ad infestandam Càtanam’. In sostanza l’ edificazione delle torri rispondeva a chiare esigenze militari e strategiche dei normanni, i quali si accingevano a scacciare i musulmani dall’ isola. Nel caso di specie doveva avere la funzione di roccaforte per la conquista del catanese ed il successivo controllo del territorio. Nel giro di un trentennio, la conquista normanna era stata realizzata. La Sicilia fu così interessata da sostanziali cambiamenti, primo fra tutti quello relativo alla religione. Alla durezza della conquista militare, si contrappose però un innesto di culture – quella araba, normanna, latina e greca – pressoché indolore e non sconvolgente. Basti pensare che lo statuto normanno, seguendo l’ indirizzo di quello arabo, stabiliva che latini, greci, ebrei e saraceni sarebbero stati giudicati in base alla propria legge e da propri giudici. La leggenda narra che il castello fu edificato in tre giorni e tre notti, impresa questa chiaramente impossibile, e la cui origine mi sembra destinata a restare sconosciuta. Quasi sicuramente il fortilizio normanno, che presenta una straordinaria similarità con il coevo castello di Mazara, fu edificato su un precedente edificio arabo, avente analoghe funzioni, data l’ ubicazione privilegiata posta sopra una collina, già vulcano spento, dalla quale era più agevole difendersi e monitorare una vasta area. La struttura della fabbrica, che consta di un parallelepipedo di 34 metri di altezza, ricorda straordinariamente i ‘donjons’ normanni, diffusi in Francia ed in Inghilterra. La parola, che in italiano può essere tradotta con il termine ‘mastio’ o ‘maschio’, indica una parte di un castello, e precisamente la torre più alta, che in caso di capitolazione doveva servire come estremo rifugio per il dominus, da cui appunto il francese ‘donjon’. Ed è proprio da tale analogia che deriva l’ invalsa nomenclatura di ‘turris’, oggi ‘torre’, per indicare il nostro castello. Termine questo che troveremo nella documentazione pubblica a partire dal 1396. Come detto, secondo la tesi accettata dai più, il castrum fu edificato nel 1072, ma alcuni studiosi hanno avanzato delle ipotesi che ne sposterebbero la datazione all’ epoca federiciana, e quindi al XIV secolo. Ci si è domandati se l’ aspetto dell’ edificio, così come ci è pervenuto, sia quello originale di epoca normanna ovvero se vi siano stati dei rimaneggiamenti sostanziali, se non addirittura la riedificazione ex novo ad opera di Federico II. Non esistono riscontri di tale ultima ipotesi, mentre è verosimile che il mastio abbia potuto subire degli interventi, ancorché non sostanziali, in epoca successiva alla conquista normanna. Il castello era stato infatti progettato per precisi scopi militari e logistici legati alle impellenti esigenze belliche, venute meno le quali si cercò di addolcire il robusto fortilizio in vista di una nuova funzione residenziale. Possiamo quindi affermare con una certa probabilità che le quattro bifore del primo piano e le grandiose bifore del piano nobile siano state realizzate successivamente, forse in epoca federiciana. L’ ampiezza delle aperture infatti si pone in evidente antitesi con l’ essenzialità del complesso, pensato per essere inespugnabile. E proprio le grandi bifore recano in sé una curiosa simbologia: mentre la colonna della finestra di oriente, cioè quella che guarda la città, è bianca, quella rivolta ad occidente è nera. Ciò sta a simboleggiare il sorgere del sole ed il suo tramonto, l’ inizio e la fine del giorno, cioè la nascita e la morte. Ma anche altri simboli, secondo alcuni, sarebbero identificabili nella costruzione. Quello più scenografico si ricaverebbe proprio dalla facciata principale. Unendo invero le aperture con delle linee immaginarie, si ottiene una stella di Davide. L’ iniziale vocazione militare è sottolineata anche dal fatto che l’ accesso originario fosse possibile esclusivamente per mezzo di scale retrattili. Solo dopo fu realizzata una rampa per rendere l’ ingresso più comodo, consono ad una destinazione abitativa, poi ulteriormente agevolato in tempi moderni. Verosimilmente il fortilizio doveva essere circondato da una cinta muraria, oggi non più esistente. Un aspetto che ha spesso diviso gli studiosi è quello relativo alla questione della merlatura. Credo si possa sostenere, grazie anche al ritrovamento di riscontri documentali, che esso avesse una merlatura ghibellina, oggi andata perduta. Alla base della facciata principale è visibile un’ angusta apertura, oggi opportunamente sbarrata. Era questa un’ uscita d’ emergenza, una via di fuga da utilizzarsi in casi estremi. Al piano terra l’ attenzione dev’ essere convogliata verso la cappelletta di San Giovanni, piccolo gioiello dove possono essere ammirati interessanti affreschi raffiguranti alcuni Santi cristiani. Il nostro castello, che nel corso della sua lunga storia ha avuto anche l’ onore di ospitare lo Stupor Mundi, ha invero conosciuto anche dei secoli bui. Durante la signoria dei Moncada, che ne furono proprietari, è stato infatti adibito a carcere, e diverse testimonianze di tale destinazione sono rappresentate dalle incisioni alle pareti di alcuni carcerati. In tempi invece più recenti – e la vicinanza nel tempo si configura come un’ aggravante – il castello è stato completamente abbandonato a se stesso. Restò così, aperto e senza alcun controllo, fino a quando si comprese la necessità di restituirlo alla collettività ed ai posteri.

 

Per gentile concessione di Fabrizio Rizzo – pubblicato su lagazzettarossazzurra del 30 Ottobre 2010

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