L’enigma di “Civita”

Nella zona compresa fra la città di Paternò e quella di S. Maria di Licodia, in contrada ‘Civita’, sono stati scoperti in tempi relativamente recenti, salvo essere poi riconsegnati all’ oblio e alla mano vandalica dei ‘predoni’, alcuni resti archeologici che evidenziano la presenza di un antico centro abitato. Di questa città, purtroppo, si conosce davvero poco, quasi nulla. Ciò è dovuto al fatto che sul sito non sia stata svolta una vasta e sistematica indagine archeologica, mentre l’ attività deleteria dei cd. tombaroli, depaupera la collettività di preziose informazioni e viola il territorio.

Sono diverse quindi le ipotesi avanzate dagli studiosi attorno a questa città avvolta dal mistero, comunemente detta ‘Civita’, appunto dal nome dell’ omonima contrada. Sappiamo innanzi tutto che si tratti di una città sicula, soggetta senz’altro al processo di ellenizzazione, e quindi all’ influenza greca, la cui cultura era nettamente più sviluppata e raffinata. Probabilmente la teoria più accreditata è quella che, basandosi sulle notizie tramandateci dal prezioso Tucidide, la identifica con Inessa. Questi ci informa che nel 414 a.C., gli Ateniesi, dopo aver costretto Centuripe a capitolare, lungo la via del ritorno, incendiarono il grano di Inessa e di Ibla. Da questo passo noi traiamo che fra Catania e Centuripe, insistessero due centri abitati, appunto Inessa ed Ibla, che rispettivamente si identificherebbero quindi, con la cd. ‘Civita’ e l’attuale Paternò. Per completezza non si può sottacere la possibilità che il criterio adottato dallo storico ateniese, nel citare prima Inessa e dopo Ibla, non sia quello topografico, ma quello della maggiore rilevanza del centro abitato. In questo caso, Inessa potrebbe corrispondere all’ odierna Paternò, mentre Iblaalla scomparsa città della contrada ‘Civita’. Non è questa, però, la tesi maggiormente accettata. Nell’ accingerci alla disamina di questo intrigante sito, la prima cosa che risalta agli occhi è il perimetro delle mura urbiche entro le quali si sviluppava la città, le quali avevano un’ evidente funzione difensiva. Si tratta di un’ opera di grossolana fattura, in materiale lavico non lavorato e costituita da due paramenti murari, distanti l’ uno dall’ altro circa sei metri. Questa parte interna è ricoperta con materiale di riempimento. Inoltre sono stati rinvenuti, al di fuori del perimetro anzidetto, circa una ventina di sepolcri, (almeno stando ai dati ufficiali), con i relativi corredi funebri. Questi constano di svariati vasi greci e siculi e di materiale bronzeo, come cuspidi di lance e spade. Fra quest’ ultimo deve citarsi un reperto di particolare rilievo, e cioè una cista bronzea a cordoni. L’ importanza di questo reperto è dovuta non solo al fatto che siano pochissimi i secchi in bronzo rinvenuti in Sicilia, ma sopratutto al fatto che tale ritrovamento potrebbe insinuare un dubbio nella tesi che vuole, quali centri più risalenti nei quali venivano fabbricati tali oggetti, Bologna e l’ Etruria circumpadana. Tra il materiale fittile, troviamo, a sottolineare i rapporti tra i due popoli, vasellame insieme greco e siculo. Quello d’ importazione è palesemente più raffinato, mentre quello siculo, di più rozza fattura. La maggior parte delle sepolture sono quelle, tipiche delle necropoli greche, ‘ a cappuccina’, ma accanto al rito della inumazione, sulla nuda terra o su appositi coppi, si adoperava anche la tecnica della cremazione. Sono state rinvenute inoltre alcune tombe a doppia sepoltura, cioè assieme, uno scheletro inumato ed un’ urna cineraria, rivelando una commistione di riti. Oltre a queste sepolture, sono state dischiuse alla luce due abitazioni. La prima formata da un unico ambiente, dentro il quale, assieme a diverso materiale di uso domestico, è stata trovata la copertura in tegole, crollata all’ interno, e sulle stesse, ancora impresso il nome dell’ artigiano che le fabbricò; la seconda costituita da più vani non comunicanti, ugualmente ricca di materiale fittile. Inoltre è possibile identificare un luogo destinato al culto. La ragione che induce a ritenere che si tratti di un luogo sacro, nel quale cioè doveva svolgersi l’ attività destinata alla dimensione spirituale dell’ esistenza, è corroborata dal ritrovamento in loco di molte statuette votive. Cerchiamo adesso di capire chi fossero i Siculi. Non è acquisito con certezza il dato relativo all’ epoca in cui i Siculi, popolazione rozza e bellicosa, probabilmente di origine ariana, giunsero in Sicilia. Sembra che ciò avvenne tra la fine del II millennio a.C. e l’ inizio del I. Tale migrazione non fu indolore per l’ isola, che conobbe una lunga fase di travaglio, guerre e ruberie. Erano già presenti in Sicilia i Sicani, popolo di dubbiosa origine, culturalmente più emancipato ed organizzato rispetto ai Siculi. La convivenza fu parecchio problematica, e se dal punto di vista della forza i Siculi prevalsero sui Sicani, lo stesso non avvenne sotto il profilo culturale. Diodoro addirittura ci informa di un Trattato, stipulato molto dopo, nel 405 a.C., fra questi due popoli, che sostanzialmente separava gli stessi in due regni: I Sicani nella parte nord-occidentale dell’ isola, ed i Siculi in quella sud-orientale. C’è anche chi ha avanzato l’ ipotesi che i rispettivi confini fossero costituiti dai fiumi Salso e Simeto. Comunque, tornando al filo storico che stavamo ripercorrendo, quando sul finire del VIII sec. a.C. in Sicilia giunsero i Greci, che, com’ è noto, alle loro spalle avevano già una vasta e nobile cultura, arrivando sull’ isola, si trovarono a contatto con questi due popoli, visibilmente arretrati e sottosviluppati rispetto a loro, a tal punto da essere considerati ‘barbari’ dagli storici greci. Ebbe così inizio il processo di ellenizzazione delle popolazioni presenti sull’ isola, con le inevitabili commistioni, che sono probabilmente tutt’ ora parte integrante della cultura e dell’ anima di questa terra di Sicilia,’frutto’ – per usare le parole del Principe Fabrizio Salina – ‘di magnifiche civiltà eterogenee…governi sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati, e sempre incompresi…tutte queste cose hanno formato il carattere nostro, che così rimane condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità d’ animo’.

FABRIZIO RIZZO – pubblicato sulla Gazzetta Rossazzurra del 17/07/2010

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