La “Gancia” di Paternò: le sue origini

Incastonata nell’ antico quartiere della Gancia, come una perla al dito di una donna da tempo trascurata, si trova la piccola, quanto affascinante, Chiesa di S. Maria della Valle di Josaphat, comunemente detta Gancia, dalla quale per associazione, il quartiere ha preso il nome. Si tratta di un compatto edificio medievale a navata unica rettangolare, contraddistinto da grande essenzialità architettonica. E’ evidente l’impronta dell’epoca, sottolineata dalla presenza caratterizzante della merlatura a coda di rondine, che ci ‘parla’ del periodo relativo alla conquista normanna. L’edificazione di questa Chiesa, così come di molte altre, s’ innesta infatti nel più ampio quadro della politica di occupazione e rilatinizzazione del territorio da parte dei Normanni.

Era quindi necessario il rafforzamento dell’ Ordine latino della Valle di Josaphat, appartenente alla regola benedettina. La costruzione della Gancia, fu pertanto commissionata nel 1092 dalla ligure Adelasia del Vasto, terza moglie del granconte Ruggero I d’ Altavilla, fondatore della dinastia dei normanni in Sicilia. Adelasia del Vasto fu una donna straordinaria, tenace e molto abile nei giochi di potere. A causa della premorienza dei figli maschi delle due precedenti mogli del marito, si ritrovò, una volta vedova, a reggere il Regno fino al raggiungimento della maggiore età del figlio Simone, che incoronato, divenne pertanto Ruggero II. Quest’ ultimo a sua volta fu il nonno dello Stupor Mundi:  il grande Federico II. Tornando al problema della datazione del fabbricato, esistono anche altre ipotesi, la cui fallacità peraltro è stata dimostrata da prove documentali. All’ interno sono infatti presenti due epigrafi, la prima delle quali ne retrodaterebbe la realizzazione al 1072, anno in cui fu edificata, dal marito della contessa Adelasia, la vicina torre; ed una seconda che ne ascriverebbe la consacrazione al 1123; entrambe come detto, rivelatesi erronee. Aggiungo una curiosità, in qualche modo legata ad Adelasia e riguardante la questione relativa al più antico documento cartaceo ad oggi pervenutoci. Si tratta di una missiva del 1109, redatta in greco e in arabo e conosciuta come ‘il mandato di Adelasia’. Nella stessa la contessa ordina ai vicecomiti di Castrogiovanni (oggi Enna), la difesa di un monastero ricadente sotto la sua potestà. Ma ritornando alla Chiesa della Gancia, si nota subito sul prospetto principale, accanto all’ aggraziato portale trecentesco di stile gotico, ai cui lati sono inserite due croci dei cavalieri Gerosolimitani, poi detti ‘di Malta’, un’ ala dell’ ex ospedale SS. Salvatore,(ex monastero), edificata al di fuori di ogni logica e buon senso, addosso alla parte sinistra del tempio, così soffocandone e deturpandone la composta armonia. Oltrepassata la soglia d’ ingresso, ci si trova in un ambiente profondamente mistico, ma purtroppo scevro di qualsiasi arredo. Questo stato di cose, stranamente fa sì che chiudendo gli occhi, si possa riuscire a respirare l’ atmosfera dell’ undicesimo secolo, e via via con la mente, dei lunghi secoli che da lì sono passati. La prima cosa che rapisce lo sguardo è l’ interessante soffitto ligneo cinquecentesco a capriate, evocativo ancora di un’ influenza catalana. Molti oggetti sono stati infatti predati e ciò che fortunatamente è giunto a noi, è custodito per ragioni di sicurezza in altri locali, come per esempio un crocefisso ligneo del ‘500, conservato al Monastero. Fra gli arredi, erano presenti quattro grandi tele secentesche, raffiguranti il Martirio di S. Barbara, che la memoria popolare attribuisce al pittore catanese Olivio Sozzi, la Madonna dell’ Assunta, (trafugata), la Glorificazione di S. Benedetto e S. Giovanni Battista. Deve inoltre ricordarsi una grande acquasantiera in alabastro del ‘400, anch’ essa oggetto di furto, così come la porta aragonese della sacrestia. Una questione interessante è quella relativa all’ origine etimologica del nome ‘Gancia’. Questo, anche nella variante ‘Grancia’, potrebbe derivare dal siciliano antico, ed avere il significato di ospizio di religiosi, oppure di podere appartenente al monastero, ovvero ancora di Chiesa dipendente da un’ altra Chiesa. Potrebbe anche provenire, e sembra questa la tesi più plausibile, dal francese antico ‘granche’, significando così granaio. Si evince a mio avviso, quale che sia la strada che si scelga di percorrere nell’ indagine etimologica, la componente agricola immanente al termine ‘Gancia’. Il nome Josaphat invece deriva chiaramente da un’ omonima valle di Gerusalemme, nella quale, secondo la tradizione, dovrebbe svolgersi il Giudizio Universale. La chiesa della Gancia comunque, per circa quattrocento anni, godendo dell’ ala protettrice della corona, fu un operoso centro di vita monastica. Ciò è testimoniato anche dai diversi privilegi che le erano concessi, e addirittura dall’ attività commerciale dalla stessa intrapresa attraverso l’ esportazione di merci. In realtà, la maggior parte dei privilegi di cui beneficiava, erano frutto di vere e proprie contraffazioni e falsificazioni, poste in essere dagli stessi monaci, al chiaro fine di trarne indebiti vantaggi. Alla fine di questa florida fase, nel 1445, a causa del declino in cui ormai si trovava, la Chiesa fu annessa al cenobio di San Nicolò l’ Arena di Nicolosi, e successivamente di Catania, perdendo così la propria autonomia. Da allora in poi, versò e versa ancora in un periodo di crepuscolo. Nel 1867 il comune di Paternò prese in consegna l’ immobile, restando comunque l’ onere del mantenimento del culto all’ Autorità Ecclesiastica Diocesana, e trasferì nei locali del monastero, l’ ospedale SS. Salvatore. Dal 1951 ad oggi, la Gancia è consacrata a Maria Assunta. Faccio voti che l’ interesse per quella che è considerata la Chiesa normanna più antica di Sicilia, si vegli, in modo tale da spazzare via la bruma che l’ avvolge agli occhi, spesso poco attenti, di noi paternesi.

 

Per gentile concessione di Fabrizio Rizzo – pubblicato sulla Gazzetta Rossazzurra del 22/05/2010

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