P. Michele Moncada: erede dei principi di Paternò

P. Michele Moncada

P. Michele Moncada

Credo che il primo quesito al quale bisogna rispondere, nell’ accingersi a parlare di Padre Michele Moncada, sia quello relativo al perché a distanza di due secoli e mezzo, si continui ancora a ricordare questa figura. Mi sembra evidente che i motivi vadano ricercati nella sua esperienza di vita francescana, nelle ‘stranezze’ che ne avvolgono la figura in un affascinante alone di mistero, anche per eventi legati al Cappuccino, che si sarebbero verificati post mortem, e per la sofferenza che ha pervaso tutta la sua esistenza. Ciò ha fatto sì, che in un immaginario collettivo per lo più sfornito di adeguate premesse culturali,e quindi facilmente impressionabile, la figura, senz’altro singolare, di P. Michele Moncada, si ammantasse agli occhi del popolo, di una certa sacralità. In realtà P. Michele, morto come si dice ‘in odor di Santità’, non fu mai canonizzato né dichiarato beato. Ciò non toglie tuttavia che la tradizione popolare abbia tramandato la notizia di svariate Grazie, per lo più guarigioni miracolose, concesse attraverso la sua intercessione. Questo fece sì che si sviluppasse spontaneamente tra la popolazione locale, una piccola venerazione del Frate. Purtroppo quasi tutti i documenti relativi a P. Michele sono da tempo andati perduti, per cui le fonti sono davvero poche. Ma vediamo di mettere in luce questa figura. Pietro Moncada, era questo il suo nome da laico, nacque a Paternò nel 1701, proprio dall’ illustre famiglia dei Principi Moncada. Pare che sin da fanciullo abbia manifestato una predisposizione per la religione e per l’ aspetto spirituale della vita, al punto che a soli quattordici anni ottenne il permesso dalla famiglia di entrare tra i Chierici Regolari Minori, detti ‘ Caracciolini’, trasferendosi pertanto in Convento a Catania. Questa non fu un’ esperienza felice per il ragazzo, che a seguito della vestizione, aveva già cambiato il nome in Michele. Non sappiamo cosa avvenne nella mente del giovane, quali furono le cause precipue che lo indussero ad abbandonare il noviziato, anche perché ciò che avviene in foro interno, è scarsamente indagabile. Con molta probabilità il ragazzo, non era ancora del tutto pronto alla vita conventuale, profondamente diversa dalla vita agiata e mondana della sua famiglia. Certamente già dai primi anni, si evince a mio avviso, una personalità tormentata, che lo indurrà ad una sofferenza e ad un travaglio più o meno costante durante la sua esistenza. Prese così la decisione di tornare a casa, ma purtroppo il suo malessere non cessò, facendolo chiudere in se stesso e cadere in una cupa angoscia. Mi sembra del tutto plausibile quindi, che il Moncada potesse essere un soggetto particolarmente esposto al rischio di depressione. Ma come si dice, le vie del Signore sono infinite, e così qualche tempo dopo, mentre si accingeva ad addormentarsi, sentì la campanella del Convento dei Cappuccini, che chiamava i Frati al coro mattutino di mezzanotte. Pare che il suono della campana abbia acceso nel giovane sofferente un desiderio irrefrenabile di diventare frate cappuccino, inondandolo di gioia. In altre parole, quella circostanza, impiantò in lui o più probabilmente ne palesò la vocazione. Inoltre, subito dopo aver udito quel suono, al ragazzo apparve una visione: la stanza fu pervasa da un bagliore intensissimo e davanti ai suoi occhi prese forma una Signora, rilucente di ori e gemme preziose, la quale invitò il Moncada ad entrare nell’ Ordine dei Cappuccini. Pietro quindi, dopo aver convinto la famiglia, renitente, visto il precedente fallimento, ad acconsentire alla sua richiesta, si fece Cappuccino, mantenendo il nome assunto tra i Minoriti, di ‘Padre Michele’. Iniziò così la sua esperienza di vita francescana, sempre tra sofferenze ed afflizioni, che non gli consentirono di poter accedere a cariche di rilievo, così invece come avrebbe potuto essere, stante il suo rango. Pare anche che durante i primi tempi fu colpito da un esaurimento nervoso o da qualcosa di simile, che lo costrinse ad essere trasferito all’ Infermeria di Messina. Una vita, come detto, inquieta che non lasciò mai sufficiente spazio alla serenità, non permettendogli neanche, nel profondo disagio in cui serviva il Signore, la gioia di poter celebrare la Messa. Nonostante il suo stato di salute, egli comunque non venne mai meno ai suoi obblighi di Frate, mostrando sempre una fede salda e sicura e distinguendosi nell’ adempimento dei tre voti di Ubbidienza, Povertà e Castità. Così visse e così morì, il primo gennaio del 1765. La Grande Consolazione si tradusse nel suo volto, in un espressione di dolce serenità. Subito dopo la sua dipartita, e le partecipate esequie celebrate in forma solenne nella Chiesa di S. M. Dell’ Alto, si diffuse la sensazione che P. Michele fosse Santo, e si radicò così tra il popolo, una forma di devozione nei confronti del Moncada, corroborata come detto, da diverse notizie di Grazie ricevute. Addirittura questa venerazione, portò la gente a cercare di accaparrarsi le reliquie del Frate riposto in una nicchia, tagliando pezzi del saio, che più volte fu necessario rinnovare, peli della barba, e persino le unghie. Per impedire tali atti, si prese pertanto la decisione di collocare la salma in un loculo più alto. La tradizione vuole che il corpo di P. Michele, sia stato più volte trovato inginocchiato dinnanzi all’ Altare della sepoltura, e che per impedire la reiterazione di questo evento, i confrati vi avessero posto davanti una grande Croce. Purtroppo non esistono delle prove documentali al riguardo, perché tutto il materiale, relativo anche alle Grazie ricevute, è andato perso nel passaggio dei beni ecclesiastici al Regio demanio, a seguito della legislazione eversiva del 1866. Ciò che resta, è il ricordo di un uomo complesso, di un frate che visse la Regola in maniera molto rigida, misurando il tempo tra la preghiera e la sofferenza, pervaso da un lacerante travaglio interno proprio di chi è particolarmente sensibile, che sicuramente ne ha magnificato lo spirito, ponendolo più vicino a Dio.

Per gentile concessione di Fabrizio Rizzo – pubblicato su La Gazzettarossazzurra del 3 Luglio 2010

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