Tutti verso la stessa meta!

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”…Appena lasciata l’angolata della chiesa di S. Barbara, un fiume di persone, provenienti da ogni parte della città, si riversa in questo incrocio di strade che tutti, solitamente, chiamano piazza. Delle macchine nessuna traccia. Sono fortunato, sto tra le braccia di mio padre ed essendo in una posizione favorevole, più in alto rispetto alla mia statura di bimbo di appena cinque anni, ho tutta la situazione sotto controllo. La porta grande della chiesa di S. Barbara è spalancata e dall’interno affollato provengono canti pieni di dolore, come lamenti; dalla chiesa di fronte, quella del Carmine, un gruppo di persone vestite in modo strano, con torce tra le mani, mantelli e stendardi, escono e si dirigono verso la salita. E non sono i soli; da via Monastero, infatti, e da via santa Caterina altri gruppi simili si dirigono verso lo stesso luogo. C’è nell’aria un clima strano, una sorta di tristezza condivisa e anche il sole, quasi per non disturbare, va a nascondersi dietro la collina. Ma allo stesso tempo, come quando si pregusta nella tristezza di un evento il presagio che qualcosa di molto importante stia per accadere, le rondini, da poco tornate, si librano in aria garrendo e un profumo di fiori e di primavera riempie l’aria. Come tutto il resto della gente, attratta da una forza inspiegabile, anche mio padre decide di salire verso il colle e, di tanto in tanto, si ferma per un saluto veloce ad un amico o ad un parente. Ciò è molto strano,in quanto solitamente mio padre, qualora gli capiti di incontrare qualcuno, starebbe ore a parlare; oggi, invece, il suo unico desiderio è quello di arrivare in un luogo a me non ancora noto. Arrivati sotto la vecchia porta della città, simile ad un varco quasi tagliato nella lava, noto in una nicchia un Cristo sanguinante e martoriato che, a prima vista mi fa impressione, poi mi dà l’idea di un uomo che, pur sofferente, sembra accogliere amorevolmente ogni passante. Mio padre, poi, comincia a manifestare i primi segni di stanchezza a causa del mio peso e decide di mettermi giù e di tenermi per mano; lui da un lato e mia madre, che prima camminava a braccetto con lui, dall’altro continuiamo il nostro cammino. Ad un certo punto mi si apre davanti uno scenario straordinario: una lunga strada in salita delimitata da due muri identici, scavati da archi che portano inevitabilmente il mio sguardo verso la facciata di una chiesa dal colore rosa mattone. Non riesco a capire che si tratta di una scala, c’è talmente tanta gente e sono tutti talmente tanto più alti di me che la mia scalata ha tutto il tono di una avventura e non so cosa catturerà la mia attenzione al passo successivo. Ci sono intorno a me donne vestite di nero, con il capo coperto da un fazzoletto, anch’esso nero, con ciocche di capelli e ciuffi di ogni colore che fuoriescono ribelli da questa divisa di dolore, con delle torce in mano; sono truccate, però, di tutto punto e circondate da un “chiaccchiericcio” instancabile, come si addice, d’altronde, ad ogni assembramento femminile che si rispetti. Ragazzi in divisa, con strumenti musicali tra i più svariati tra le mani, uomini di un certo rilievo che tutti salutano; tutti per quella scalinata, tutti verso la stessa meta, proprio come i miei genitori. Con molta pazienza i miei aspettano che io finisca di superare un gradino dopo l’altro, sono così alti per me che devo portare le ginocchia quasi al petto, ma, affascinato da questo mondo che non riesco a decodificare, non mi rendo neanche conto di essere già arrivati in sommità. Mio padre, allora, decide di riprendermi in braccio e così, riacquistando la mia posizione preferita, osservo, stupito, l’incantevole paesaggio che si presenta ai miei occhi: non c’è più la città con le strade delimitate dalle case, ma, di fronte a me, si staglia una montagna altissima e lontana che mio padre chiama Etna e che ogni tanto, si dice, “sputa” fuoco. Davanti a noi si erge la chiesa che prima guardavo da giù, ha la porta aperta e un fiume di persone entra ed esce contemporaneamente; un po’ più in là c’è una casa molto grande, tutta di pietra nera , sembra un cubetto delle mie costruzioni, con finestre molto strane contornate di bianco. Dall’interno proviene una luce calda, qualcuno di sicuro l’abiterà. Vedo in lontananza tutto l’insieme delle case e mio padre mi dice che quella città laggiù è Paternò, la nostra città e indica il punto preciso dove si trova la nostra casa: al di là della chiesa di S. Barbara, dopo i campanili di S. Francesco di Paola e di S. Gaetano, ma prima dell’Ospedale. Dietro di noi vedo resti di altre chiese e ruderi e sto per chiedere quando un silenzio surreale scende in quello slargo sopra la città. Siamo tutti lì, Paternò è tutta radunata lì in quel momento, eppure si ha la netta sensazione di essere soli; appena la banda emette il primo suono, una nota bassa e grave quasi proveniente dall’oltretomba, tutti fanno silenzio e tutti rivolgono lo sguardo verso la porta della chiesa. Il sole è tramontato quasi del tutto e dalla porta cominciano ad uscire tutte quelle persone vestite in modo strano che prima avevo incontrato giù, ognuno sembra avere un posto assegnato e si forma una fila lunghissima. Alla fine esce un morto collocato dentro una teca, m’impressiona la vista e mi aggrappo forte a mia madre; lei capisce e mi tranquillizza, dicendomi che non è un morto vero ma solo un simulacro che ci ricorda che un certo Gesù è stato ucciso per i nostri peccati e che dopo qualche giorno sarebbe risorto. Ma che vorrà dire? Tranquillizzato, continuo a scrutare l’andamento della rievocazione e dopo il morto, Gesù, esce una signora straziata dal dolore, in lacrime; questa volta sono io a chiedere conferma a mia mamma perché immagino che sia la mamma di quel Gesù morto, la quale deve essere parecchio triste per quello che è successo al proprio figlio. Man mano che la processione si snoda lungo la scalinata, tutti torniamo verso quella Paternò che sta più in basso rispetto al luogo in cui ci troviamo. …”

Articolo a cura di Giuseppe Mirenda

DI SEGUITO UN VIDEO AMATORIALE

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